La
notizia sembrerebbe sensazionale: ipnotizzati invece che addormentati con i
farmaci.
Dal
punto di vista delle persone operate un bel pensiero di meno: problemi di
allergie, di scelte religiose, di gravidanza, di nausea e vomito, di
alterazioni del ritmo del sonno e molti altri; anche dal punto di vista dei
sanitari ci sarebbero molte preoccupazioni in meno: gestione di complicanze
intraoperatorie (per esempio: reazioni avverse da farmaci), di complicanze post
operatorie (per esempio: il risveglio), gestione e monitoraggio di dispositivi
invasivi per permettere alla persona di respirare e di restare addormentata
(tubo endotracheale e cateteri intravascolari) ed anche sotto questo punto di
vista si potrebbe proseguire con l’elenco.
La
domanda sorge spontanea: perché non è ancora diventata prassi comune?
Si
inizi con il definire ciò di cui si sta parlando: per ipnosi, dal punto di
vista scientifico, si intende uno stato di maggiore ricettività e suggestione, inizialmente indotta dall'influenza di un'altra persona (MeSH, 1978), questa parola
deriva dal greco “Hypnos” ovvero sonno e la sua origine non è ben definibile,
vi sono ritrovamenti che indicano la pratica come procedura usata nell’Antico
Egitto (Musès, 1972); con anestesia, invece, si parla di uno stato caratterizzato da perdita di sensibilità o sensazione; questa depressione
della funzionalità nervosa è di solito
il risultato di un'azione farmacologica
ed è indotta a consentire
l'esecuzione di un intervento chirurgico o di altre procedure dolorose
(MeSH).
Dall’analisi
della letteratura scientifica degli ultimi cinque anni emergono poche evidenze
in merito all’uso di ipnosi in sostituzione dell’anestesia tradizionale, le
conclusioni sono sempre molto sobrie, anche se, in certi casi, incoraggianti: è
l’esempio delle endoscopie digestive, spesso effettuate con il paziente in
stato di sedazione (da non confondere con anestesia), Domìniquez et al (2010)
hanno definito come promettente l’uso dell’ipnosi in sostituzione alla
sedazione in questi casi; l’anno scorso in Italia una donna con allergie
multiple ai farmaci, è stata operata per un tumore alla pelle localizzato su
una gamba, l’intervento è stato eseguito in ipnosi e non vi è stata alcuna
complicanza (Facco et al, 2013); vi sono anche indicazioni all’uso dell’ipnosi
in modo complementare all’anestesia, per diminuire l’ansia preoperatoria in
ambito pediatrico (Kuttner, 2012) ed odontoiatrico (MacLeavey, 2013), in
quest’ultimo caso però comparando l’ipnosi con altre tecniche di controllo
dell’ansia, l’efficacia risulta essere non degna di rilievo (Wannemueller et
al, 2011).
In
conclusione l’uso dell’ipnosi in sostituzione dell’anestesia farmacologica è un
tema con dati controversi, ma soprattutto con pochi casi studiati; ci sono
delle potenzialità che possono essere sfruttate, ma sicuramente manca una
risposta definitiva al momento attuale.
Queste
poche righe non vogliono essere una trattazione esaustiva sull’argomento
dell’ipnosi (tecnica che trova la maggior parte delle sue applicazioni in
ambito ben diverso da quello anestesiologico), ma solo fornire i principali
riferimenti che chi si approccia all’argomento è bene che abbia; vi sono
numerose associazioni che promuovono questa pratica, in Italia si trova
l’Associazione Medica Italiana per lo Studio dell’Ipnosi, in America esiste
l’ASCH (American Society of Clinical Hypnosis) un’associazione formata da
personale qualificato e specializzato in ambito di sanità mentale che promuove
l’ipnosi, anche se non per scopo anestesiologico.
BIBLIOGRAFIA /
SITOGRAFIA
-
Ipnosi
-
Ipnosi
Egitto:
Musès C. Trance-induction techniques in ancient Egypt,
in Musès C. e Yung A.M. (a cura di) Consciousness
and Reality. New York, Outerbridg and Lazard,
1972. pp.9-17


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